Pastorale Americana – Philip Roth

Incipit: “Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark, anche per gli adulti della generazione successiva a quella del vecchio ghetto cittadino di Prince Street che non erano ancora così perfettamente americanizzati da restare a bocca aperta davanti alla bravura di un atleta del liceo. Era magico il nome, come l’eccezionalità del viso.”

pastorale americana

Avrei potuto lasciare solo le prime due parole come incipit che rappresenta questa storia: “Lo Svedese”. Anche a distanza di anni, chi ha letto questo libro non dimentica l’effetto di questo soprannome, e di questo personaggio. Chi è lo Svedese, qual è la sua storia? E’ una storia di successo, di  gloria, di realizzazione del Sogno Americano? Oppure è tutto quello che si nasconde dietro questo sogno, dietro le apparenze della famiglia perfetta, della moglie bellissima, della carriera? Lo Svedese è ammirato, è un esempio, un punto d’arrivo. Ma dentro di sè, dentro la sua vita, è disperatamente vuoto. Talmente vuoto da non avere la forza di salvare la figlia, talmente vuoto da non reagire al tradimento della moglie. Così vuoto da assistere inerme al disfacimento del Sogno, tra le bombe del Vietnam e sotto i riflettori dello scandalo Watergate.

Questo romanzo è imperdibile, uno dei più belli scritti da Roth, che grazie a Pasorale Americana ha vinto il Pulitzer. E chissà se, per questo e altri meravigliosi romanzi che ci ha donato, quest’anno ce la farà ad aggiudicarsi il Nobel.